Donna che piange – Lacrime su tela

Correva l’anno 2018, Giugno per l’esattezza. 

Mi trovavo a Santa Margherita Ligure per un evento (un matrimonio) in una villa meravigliosa.

Faceva un caldo livello forno crematorio e la stagione dei turisti in massa era già ben avviata, quindi trovare un alberghetto, anche piccolo, fu abbastanza difficile. Ne trovai uno piccolino poco lontano dalla villa, che aveva anche il parcheggio privato, così da non dover diventare matta a cercarlo in pieno centro e con tutto quel traffico di umanità e mezzi privati.

Primissimo errore da viaggiatrice principiante: pensare che l’aspetto dell’alloggio sia poco importante quando si visita un bel posto. Soprattutto per un’introversa come me, che in camera ci passerebbe tutto il tempo.

La cameretta aveva solo una finestrella, piccola c ome il resto dell’albergo ovviamente, che però era coperta ed era troppo in alto per affacciarmici, il bagno era cieco e per usare il condizionatore bisognava pagare un sovrapprezzo. Il letto era incassato in una struttura armadio come quelle delle camere per i bambini, infatti, incluse nel prezzo, c’erano anche un numero imprecisato di capocciate al soffitto della struttura, ogni volta che dovevo accendere o spegnere la luce. Ci rimasi poco, giusto il tempo di lasciare il trolley e poi mi diressi alla villa.

La conversazione con gli sposi andò abbastanza bene, avevamo ripassato tutti i passaggi ma a fine appuntamento, confrontandomi con la wedding planner, mi resi conto di aver dimenticato dettagli basilari che un’esperta organizzatrice di eventi non avrebbe mai scordato, ma ormai era tardi, gli sposi erano già tornati al loro hotel.

Così tornai in albergo già sconfortata e in colpa (ai tempi i miei sensi di colpa erano fedeli compagni di strada, praticamente sempre, eccetto, fortunatamente, quando dormivo), entrai nella mia stanzina piccola piccola (lo ripeto perchè non vorrei che ve ne scordaste) e cominciai a sentire un senso di soffocamento. Fuori era pomeriggio, ma dentro dovevo accendere la luce, perché dalla finestra piccola piccola non entrava luce. E poi, senza falsa modestia, a me piace fare le cose per bene così, al vulcano che cominciava a fumare, aggiunsi, nell’odirne: pensieri tossici di una storia che avevo chiuso da poco, i kg che aumentavano senza controllo, la mancanza totale di voglia di muovermi, il caldo torrido e il fastidio infinito che provavo (e provo ancora) per l’estate e per le località di villeggiatura affollate di turisti (ed io sono nata ad Alghero, per dire). 

Ecco, l’esempio più calzante che mi viene in mente è una bottiglia di Coca Cola alla quale si aggiunge una Mentos.

Dovevo uscire. Avevo bisogno di aria. Mi chiusi la porta della camera alle spalle e mi diressi verso il parcheggio. Mi misi in macchina e cominciai a guidare. Dove stavo andando non ne avevo idea, bastava allontanarmi da lì, andare il più lontano possibile. 

Arrivai a Portofino (poco distante da lì) e nemmeno mi accorsi di quanto fosse incantevole, presa com’ero dal mio panico. Arrivai nella piazzetta del paesino e mi infastidì il dover far marcia indietro, perchè da lì non si andava più da nessuna parte. Portofino signori, avete presente la bellezza? Niente, scomodai una decina di Santi e feci inversione.

Presi per Genova e quasi ci arrivai perché guidavo come un’automa e piangevo a dirotto, tipo la Donna che Piange di Botero, solo più scomposta e senza fazzoletto a disposizione che, mortacci mia, avevo svuotato la macchina e non ne avevo nemmeno in borsa!

Ad un certo punto mi fermai, parcheggiai sotto degli alberi di fico sul ciglio della strada e decisi di mandare un vocale disperato alla mia psicologa, perché sentivo che non sarei riuscita a riprendermi. Ricordo che mi disse che era il compleanno della figlia e mi rispose con un altro messaggio vocale, rimproverandomi bonariamente (ma in modo fermo) e dicendomi che non le pareva ci fosse niente di così drammatico in quella situazione e che, anzi, dovevo godermi quella bellissima opportuntià in un posto così bello.

Mi ricordo che rimasi parecchio male davanti alla mancata condiscendenza alla quale ero abituata, ma la mia non è una psicologa che asseconda certi ‘capricci’, è che io ancora non lo avevo capito bene e mi aspettavo, come da tutto il resto delle persone nel mio mondo, che mi dicesse paroline dolci tipo  “poverina stai tranquilla, che adesso passa, ti capisco, chissà quanto stai male, se vuoi ci sentiamo così ti consolo ancora un po’ e ti riempio l’horror vacui di banalità che così sei contenta’’. 

No, manco per le balle.

“Adesso torni indietro, ti fai una bella passeggiata e stasera ti inviti a cena in un bel posto”.

Ora non mi ricordo se alla fine mi invitai a cena o meno quella sera, ma poco importa. Feci marcia indietro e da brava bambina tornai al mio alberghetto per poi uscire di nuovo, a piedi stavolta, a cercare di perdere per strada quella disperazione così immotivata.

Nel Giugno 2018 avevo 43 anni.

A ‘soli’ 43 anni ho cominciato ad imparare come si sta al mondo. Quell’episodio segnò l’inizio del mio primo, VERO viaggio in solitaria, il viaggio più affascinante che io abbia mai fatto e che mai farò: quello alla scoperta di me stessa.

A 43 anni ho cominciato a ‘ballare da sola’ esorcizzando la mia dipendenza affettiva e ho inziato a farlo per necessità, come succede agli artisti, ecco, proprio così: ho cominciato a ballare da sola perché non avevo alternative.

E comunque, nel caso ve lo steste chiedendo, ballare da sola, quando ci riesco e con le mie ginocchia rovinate, i miei troppi kg in più (intendo rispetto a quanti ne reggono le mie ginocchia), il mal di schiena, insomma il mio essere ciò che di più lontano ci sia da una gazzella, è sempre un’esperienza incredibilmente appagante.

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